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Vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo, perché uno di questi giorni lo sarà

Mese

dicembre 2016

Canto di Natale di Charles Dickens

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Ebenezer Scrooge, irritato dalle festività, odia il Natale: rifiuta in malo modo di fare un’offerta per i poveri, fa lavorare fino a tardi il giorno della vigilia il suo impiegato Cratchit, caccia il figlio di sua sorella, Fred, che era venuto per invitarlo al pranzo di Natale, e per la strada risponde sgarbatamente agli auguri che gli vengono rivolti la vigilia di Natale.
Scrooge ha una visione tutta sua di questa festa che odia profondamente perché  porta solo ozio e un inutile dispendio di soldi.
La vigilia di Natale, di ritorno dal lavoro, arriva davanti alla porta della sua casa deserta e gli sembra di notare qualcuno: davanti si ritrova lo spettro del suo defunto socio, Jacob Marley, morto da sette anni.

CANTO DI NATALE DICKENS: IL RIASSUNTO

Inizia così la notte di Natale, con la sua magia, che cambierà la vita dell’avaro uomo apparentemente senz’anima: Scrooge, in casa, inizia a sentire rumori strani che lo rendono inquieto. Gli appare di nuovo Marley che gli consiglia di cambiare il suo modo di vivere se non vuole finire come lui, costretto a vagare per l’eternità, portandosi appresso il peso della sua aridità e brama di denaro. Scooge è turbato da questa visione e ne risente. La notte di Natale cambierà la sua vita: incontrerà tre Spiriti, lo Spirito del Natale Passato, lo Spirito del Natale Presente e lo Spirito del Natale Futuro. I tre gli faranno ripercorrere la sua esistenza fino a quel momento e gli mostreranno anche ciò che accadrà in futuro. Sarà il burbero Scrooge a guardare come uno spettatore la sua vita, senza poter porre rimedio a nulla e senza poter interferire.
Ecco il riassunto delle tre visite che costituiscono il nucelo centrale della trama del Canto di Natale.

Lo Spirito del Natale Passato

All’una di notte compare lo Spirito del Natale Passato che lo riporta indietro nel tempo, quando Scrooge, da bambino, era stato mandato dal padre in collegio dopo la morte della madre. Era certamente addolorato per la sua perdita eppure era sereno! Il fantasma gli ricorda  l’affetto per la defunta madre e per la defunta sorella, e come Fred sia il suo unico parente. Scrooge è turbato perchè ha trattato malissimo il nipote, ed è molto scosso.
La scena cambia: qualche anno dopo Scrooge è apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Fezziwig: è Natale e Fezziwig prepara tutto per dare una festa, dove non ci sono differenze di classe, si canta e si gioca. Il ricordo è in netto contrasto col suo attuale comportamento: egli non ha nessuna cura per il suo impiegato e nel pensare a questo prova un forte imbarazzo; inoltre, a lui interessa solo accumulare denaro a scapito di tutto e di tutti. La scena cambia di nuovo: Scrooge è un uomo ricco e adulto ormai, ed ha avviato, insieme a Marley la sua attività redditizia dopo la morte del padre e di Fezziwig. E’ di fronte a Bella, la fidanzata, una ragazza povera: lui è davvero cambiato e lei decide di lasciarlo libero, perchè consapevole che non può rispettare la promessa che si erano fatti quando entrambe erano poveri.
Lui accetta e abbandona la ragazza con enorme sollievo ritrovandosi arido e solo. La visione successiva però lo fa impallidire: la ragazza è adulta e sposata: siede ad una tavola imbandita per il Natale, con tanti figli attorno; è povera ma è felice! Colto dal rimorso e dal panico, Scrooge allontana malamente il fantasma. Non sa che la notte è ancora lunga e non sarà il solo a fargli visita!

Lo Spirito del Natale Presente

Lo Spirito del Natale Presente lo risveglia dal suo sonno tormentato: gli mostra come la gente intorno a lui si stia preparando al Natale, all’atmosfera di festa, di gioia, di amore. La scena si sposta a casa di Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale; sono tutti felici, anche il piccolo e storpio Tim; il suo impiegato è povero ma ha una famiglia unita.
Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale con gioia e poi la scena si sposta ancora, nella casa del nipote Fred che sta pranzando insieme a parenti e amici, e lo sta prendendo in giro per la sua avidità. Tutti ridono di lui. Prima di congedarsi, lo spettro mostra a Scrooge due bambini sporchi e miserabili che rappresentano l’Ignoranza e la Miseria alla quale i poveri sono condannati dalla classe della quale Scrooge fa parte. Lui ne è profondamente scosso.

Lo Spirito del Natale Futuro

L’ultimo incontro è quello con lo Spirito del Natale Futuro: gli fa vedere cosa succede alla morte di un signore ricco, di cui non si sa il nome. Nessuno lo visita, nessuno vuole andare al funerale, i servi si dividono le sue poche cose, l’azienda e la casa sono vendute. Alla fine lo Spirito gli mostra la lapide al cimitero con il nome “Ebenezer Scrooge”.
Lo spirito impersonifica quindi la morte stessa: quando gli mostra la sua tomba, nel Natale successivo, solo Fred va trovarlo, felice perchè ha ereditato il suo patrimonio; Scrooge si pente di come ha vissuto la sua esistenza; vede inoltre la tomba del piccolo Tim Cratchit, morto perchè la famiglia non poteva permettersi le medicine a causa del basso stipendio del padre.
Scrooge è inorridito, mai ha pensato a che fine avrebbe fatto e mai che le sue azioni, la sua avarizia e il suo stesso modo di comportarsi con gli altri avessero un tale effetto sulle persone. Capisce che ha sbagliato davvero tutto e si ravvede: è ancora in tempo per cambiare e modificare il suo stile di vita. Passata la notte della Vigilia in questo modo particolare, giunge finalmente il giorno di Natale: dispensa regali e sorrisi e auguri ai passanti, al suo impiegato, a suo nipote e al mondo intero. È finalmente Natale anche per lui: manda un ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio vicino e, premiandolo con una corona, glielo fa portare a casa di Bob Cratchit.
Quindi, sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e si presenta a casa di suo nipote dove, accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita ridendo per la gioia: “davvero, per un uomo che non aveva praticato per così tanti anni, si trattava di una splendida risata”. La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l’arrivo di Cratchit, che da quel momento tratta da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, il figlio malato dell’impiegato, che guarisce.

 

 

 

Fonte: studentville

http://www.studentville.it/blog/scuola-3/riassunto_canto_di_natale-3267.htm

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L’albero di Natale di Hans Christian Andersen

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C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. Non gli importava di sole caldo nè di aria fresca; nè si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: «Com’è grazioso, così piccolino!» — Ma all’abete quel complimento poco garbava.
L’anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l’anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
«Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!» — sospirava il piccolo abete: «Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi.»
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia… Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
«Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! — pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell’anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l’alberello domandava loro: «Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?»
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva:
«Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall’Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti… M’immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch’erano maestosi, molto maestosi.»
«Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?»
«Sarebbe troppo lungo a spiegare…» — e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
«Godi la tua gioventù,» — dicevano i raggi di sole: «Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te.»
E il vento baciava l’alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All’avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. Questi piccoli alberi, ed erano per l’appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
«Ma dove vanno tutti?» — domandava l’abete: «Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?»
«Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!» — pigolarono i passeri. «Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle — mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate.»
«E poi? e poi?» domandava l’abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: «E poi? che cosa avviene poi?»
«Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!»
«Chi sa ch’io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?» — gridò l’albero allegramente: «È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l’anno passato. Ah, mi par mill’anni d’essere sul baroccio! Mi par mill’anni d’essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos’abbia per soffrire così!»
«Gioisci e contentati di noi!» — dicevano l’aria e il sole: «Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!»
Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: «Che bell’albero!» — e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti… Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno — nemmeno gli uccelli, forse… Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
«Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo.»
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire — almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive — l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, — si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
«Questa sera,» — dicevan tutti: «Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!»
«Ah!» — pensava l’albero: «Mi par mill’anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!»
Sì, l’aveva per l’appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s’era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini.
Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L’albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n’ebbe una buona sbucciatura.
«Per amor di Dio!» — gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l’albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de’ suoi bei gingilli… E poi, tutti quei lumi lo stordivano. In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l’albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta… oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all’albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l’altro.
«Che fanno?» — pensava l’albero: «Ed ora, che cosa accadrà?»
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l’albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l’albero, all’infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
«Una novella! una novella!» — gridarono i bambini, e strascinavano verso l’albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: «Così saremo in un bel bosco verde,» — disse; «e l’albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?»
«Ivede-Avede!» — gridarono alcuni. «Zucchettino-Durettino!» — urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. L’abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: «O io? Che non ci abbia ad entrare?» Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: «Un’altra! un’altra! Raccontane un’altra!» perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. L’abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. «Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!» — pensava l’abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!… «Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch’io cadrò, e poi sposerò una Principessa!» Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d’essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini: «Domani non tremerò mica più!» — pensava: «Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell’altra, di Ivede-Avede…»
E l’albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
«Ecco che ora ricomincia il mio splendore!» — pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
«Che significa questa faccenda?» — pensò l’albero: «Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?»
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
«Fuori è inverno, ora» — pensava l’albero: «la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!…. Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto… Allora, mi faceva arrabbiare… Che malinconia in questa solitudine!»
«Piip, piip!» — disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l’abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
«Fa tanto freddo…» — dissero i due topolini: «Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?»
«Non son punto vecchio,» — disse l’abete: «Ce ne sono molti e molti più vecchi di me.»
«Di dove viene?» — domandarono i topolini «E che nuove porta?» (Erano terribilmente curiosi.) «Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C’è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?»
«Non conosco questo paese;» — rispose l’abete: «Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano.»
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: «Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev’essere stato felice!»
«Io?» — esclamò l’abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: «Sì, davvero che quelli erano tempi felici!» Ma poi raccontò della sera di Natale, quand’era tutto carico di dolci e di candeline.
«Oh!» — disse il topo più piccino: «Come dev’essere stato felice lei, nonno abete!»
«Ma non sono nonno, non sono vecchio io!» — disse l’abete: «Sono uscito dal bosco appena quest’inverno. Sono nel fiore dell’età; gli è soltanto che sono cresciuto un po’ in fretta.»
«Che magnifiche novelle sa raccontare lei!» — disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l’albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: «Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina.» E allora l’abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l’abete, quell’alberella era una vera Principessa.
«Chi è Zucchettino-Durettino?» — domandò il topo più piccolo.
L’abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
«Non ne sa altre, novelle?» — domandarono i ratti.
«Non so che questa;» — rispose l’albero: «La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice.»
«È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? non sa storielle di dispensa?»
«No,» — disse l’albero.
«E allora, servi devoti!» — dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l’abete sospirò, e disse:
«Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui».
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l’albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
«Ah! la vita ricomincia!» — pensò l’abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l’albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c’era tanto da guardare intorno a lui!… Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano «Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!» Ma non intendevano già con questo di parlare dell’abete.
«Ora sì, che vivrò!» — disse l’abete tutto allegro, e distese un po’ più le braccia… Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all’albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
«Guarda che cosa c’è attaccato a quel brutto alberaccio!» — disse il bambino; e calpestò le rame, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L’albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell’angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
«È finita! è finita!» — disse il vecchio albero: «Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!»
Venne un domestico, segò l’albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: «Puff Puff!» Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l’albero pensava ad una bella giornata d’estate nel bosco, o ad una notte d’inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l’unica novella che avesse mai sentita, l’unica che avesse mai saputo raccontare… E finalmente, l’abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l’abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. Era finita, ora: finita la vita dell’albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.

 

 

 

 

Fonte: Software Paradiso

http://www.softwareparadiso.it/studio/letteratura/40_novelle/abete.html

Nascita dell’albero di Natale

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L’uso moderno dell’albero nasce secondo alcuni a Tallinn, in Estonia nel 1441, quando fu eretto un grande abete nella piazza del Municipio, Raekoja Plats, attorno al quale giovani scapoli, uomini e donne, ballavano insieme alla ricerca dell’anima gemella. Tradizione poi ripresa dalla Germania del XVI secolo. Ingeborg Weber-Kellermann(professoressa di etnologia a Marburgo) ha identificato, fra i primi riferimenti storici alla tradizione, una cronaca di Brema del 1570, secondo cui un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. La città di Riga è fra quelle che si proclamano sedi del primo albero di Natale della storia (vi si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il “primo albero di capodanno” fu addobbato nella città nel 1510).

Precedentemente a questa prima apparizione “ufficiale” dell’albero di Natale si può però trovare anche un gioco religioso medioevale celebrato proprio in Germania il 24 dicembre, il “gioco di Adamo e di Eva” (Adam und Eva Spiele), in cui venivano riempite le piazze e le chiese di alberi di frutta e simboli dell’abbondanza per ricreare l’immagine del Paradiso. Successivamente gli alberi da frutto vennero sostituiti da abeti poiché questi ultimi avevano una profonda valenza “magica” per il popolo. Avevano specialmente il dono di essere sempreverdi, dono che secondo la tradizione gli venne dato proprio dallo stesso Gesù come ringraziamento per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Non a caso, sempre in Germania, l’abete era anche il posto in cui venivano posati i bambini portati dalla cicogna.

Secondo altre fonti [8]l’albero di natale come è conosciuto oggi sarebbe originario della regione di Basilea in Svizzera dove se ne trovano tracce risalenti al 13° secolo.

L’usanza, originariamente intesa come legata alla vita pubblica, entrò nelle case nel XVII secolo ed agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania. L’uso di candele per addobbare i rami dell’albero è attestato già nel XVIII secolo.

Francobolli natalizi del 2007 (Ucraina)

Per molto tempo, la tradizione dell’albero di Natale rimase tipica delle regioni a nord del Reno, mentre era meno diffusa nelle regioni germaniche più a sud, dove i cattolici lo consideravano un uso protestante. Furono gli ufficiali prussiani, dopo il Congresso di Vienna, a contribuire alla sua diffusione negli anni successivi. A Vienna l’albero di Natale apparve nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau-Weilburg, ed in Francia nel 1840, introdotto dalla duchessa di Orléans. Nei primi anni del secolo inoltre in Svizzera e Germania si iniziò a produrre e a commerciare gli alberi di natale, che divennero così parte del consumismo.

Un contributo decisivo alla sua diffusione venne anche dalla Gran Bretagna: a metà del XIX secolo, infatti, il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, marito della regina Vittoria, date le sue origini germaniche volle introdurre nelle proprie residenze l’uso a lui familiare dell’albero di Natale; la novità si estese presto come una moda in tutto il Regno Unito, e da lì a tutto il mondo anglosassone.[9]

In Italia la prima ad addobbare un albero di Natale fu la regina Margherita nella seconda metà dell’Ottocento al Quirinale, e da lei la moda si diffuse velocemente in tutto il paese: non a caso l’albero di Natale è una delle poche tradizioni straniere ad essere arrivate in Italia prima della sua diffusione, di tipo più consumistico, del secondo dopoguerra.

Nei primi anni del Novecento gli alberi di Natale hanno conosciuto un momento di grande diffusione, diventando gradualmente quasi immancabili nelle case dei cittadini sia europei che nordamericani, e venendo a rappresentare il simbolo del Natale probabilmente più comune a livello planetario. Nel dopoguerra il fenomeno ha acquisito una dimensione commerciale e consumistica senza precedenti, che ha fatto dell’albero di Natale un potenziale status symbol e ha dato luogo, insieme alle tradizioni correlate, alla nascita di una vera e propria industria dell’addobbo natalizio.

 

 

 

 

Fonte: Wikipedia

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Albero_di_Natale

Auguri di Buon Natale!

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Il risveglio del giorno di Natale da bambini è qualcosa di speciale,

Ma poi chissà perché cresciamo e ce ne dimentichiamo.

Si perde la magia, lo spirito e stare insieme in allegria,

E chissà perché tutto questo diventa solo un modo per fare un regalo da poco

Giusto perché a volte ci si aspetta un ritorno è così perdiamo la vera magia che ci sta intorno.

Ma vorrei dei regali migliori, perciò in alto i cuori e cerchiamo lì i nostri doni:

Tiriamo fuori amore, sorrisi per le persone,

Vicine e lontane, diamo loro un po’ dello spirito del Natale!

Incartiamo abbracci e parole affinché non si sentano più sole,

Diamo gioia e speranza con la nostra vicinanza

E che questi sentimenti ci siano in abbondanza!

Per tutte le amiche e gli amici vicini e lontani

A chi conosciamo e agli estranei

E a tutti i nostri cari,

Faccio a tutti gli auguri di un felice Natale!

🎄🎄🎄

Post speciale La Libreria Incantata

SABRINA BIANCU:

 Sabrina è sempre stata una persona molto rilassata e intelligente. Ed è per questo che mi piace il suo modo di ragionare, è molto brava come persona e la vorrei conoscere un po’ meglio. Ma da quel che ho visto sicuramente, è una donna con cui potrei andare d’accordo. 🙂

 
Il suo romanzo
 

Trama:
Cinque racconti in cui fantasia e realtà si mescolano, capaci di trasportare il lettore in un altro mondo, in un luogo magico. Capaci di farlo sognare.
Ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante. E ciascuna storia si trasforma nella tappa di un viaggio in cui si cresce e si matura a fianco di Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e della stellina Irina.

La recensione ve la lascio qui. 🙂

 

 

 

 

https://lalibreriaincantatablog.blogspot.it/2016/12/post-speciale.html?showComment=1482657640022&m=1#c1134074172270536405

 

 

 

 

Recensione da Vento di Libri

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Buonasera a tutti e buon lunedì a tutti voi booklovers! 🙂
Com’è iniziata questa nuova fredda settimana di dicembre?
Promette bene?
Il mio non è andato male, alla fine la settimana va pure iniziata, no?
E cercherò di iniziarla al meglio per ciò che riguarda il blog con una nuova recensione fresca fresca per voi!
➳ Titolo: Il mondo dell’altrove
➳ Autrice: Sabrina Biancu
➳ Casa editrice: Marco Del Bucchia Editore
➳ Genere: Narrativa
➳ Pagine: 116
➳ ISBN: 88-471-0785-4
➳ Data di pubblicazione: Luglio 2015

➳ Prezzo:  €12,00 cartaceo

➳Trama
 
Cinque racconti – in cui fantasia e realtà si mescolano – capaci di trasportare il lettore in un altro mondo, in un luogo magico. Capaci di farlo sognare. Ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante. E ciascuna storia si trasforma nella tappa di un viaggio in cui si cresce e si matura a fianco di Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e della stellina Irina.
 
Il testo è composto da cinque racconti, ognuno dei quali è un misto tra realtà e fantasia.
Ogni storia, infatti, è in grado di trasportare il lettore in un altro mondo, un luogo magico in cui a partire dall’essere più piccolo e insignificante ognuno non solo può parlare ma fare cose incredibili, mai immaginate prima. 



➳ Recensione

 
Mi scuso, per prima cosa, con l’autrice che mi ha affidato una copia del libro in modo da poterla recensire ed io lo sto facendo solo ora.
 
Bene, detto ciò – che era doveroso, oltretutto- direi che è il caso di saltare subito alla recensione, no?
Ho letto questo libro in brevissimo tempo, nel giro di tre ore con tanto di interruzioni e brusio esterno, in quanto non ero a casa mia.
Quindi questo vi dovrebbe già far capire qualcosa. Un libro facile da leggere, le pagine scivolano tranquillamente così come le cinque storie al suo interno raccontate.
 
Questi cinque racconti hanno un po’ lo stampo della favola, infatti esse non hanno la vera e propria pretesa di insegnare qualcosa ma lo fanno comunque, arrivando a togliere fuori il lato positivo delle persone e/o in qualche caso delle situazioni. Infatti, dal prologo capirete il perchè proprio lo stampo da favola, queste sono state scritte appunto per essere raccontate un piccolo bambino citato nel prologo.
E un po’ ci riportano alla nostra infanzia.
Quelle storielle con quella giusta dose di fantasia che ci aiutava a comprendere che qualcosa di buono c’è sempre, che non dobbiamo perdere la speranza, e che dobbiamo donarci agli altri.
Un po’ i classici insegnamenti base – che nonostante tutto molti a quanto pare dimenticano o ignorano-.
Non hanno solo lo stampo della piccola favola, anche il linguaggio è molto facile e alle volte forse anche troppo; all’inizio, ad esempio, mi sembrava molto molto semplice, ma con il tempo la scrittura migliora coinvolgendo appieno il lettore all’interno di quelle storie che alle volte è un bene leggere e rileggere.
Non si smette mai di acquisire dei valori, dei principi che non possono che giovare a noi stessi e agli altri.
Stavo per scrivervi qual è stata la mia storia preferita, e in realtà mi sono accorta di averle apprezzate tutte allo stesso modo.
Tramite metafore e allegorie possiamo notare quali sono i classici atteggiamenti umani riguardo le perdite di una persona cara, oppure riguardo allo smarrimento di noi stessi, sia per ciò riguarda il nostro lavoro, la nostra famiglia, la nostra dignità.
Sì, sembreranno pure dei piccoli racconti però bisogna pure saper vedere oltre. Non sono racconti banali, vanno solamente analizzati un po’, nonostante molti messaggi siano espliciti.
 
 
Voto: 3,5 stelle 5
Più tendente al quattro.

Recensione da Sogni nel Calamaio

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Eccovi un’altra recensione libresca a cura della nostra Rita, che ringrazio ancora per la collaborazione. 

Titolo: Il mondo dell’altrove

Autore: Sabrina Biancu
Formato: Cartaceo, copertina flessibile

Lunghezza stampa: 116 pagine

Editore: Del Bucchia (1 gennaio 2015)

Prezzo: 12,00 euro

link acquisto

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sinossi:

Il testo è composto da cinque racconti, ognuno dei quali è un misto tra realtà e fantasia.
Ogni storia, infatti, è in grado di trasportare il lettore in un altro mondo, un luogo magico in cui a partire dall’essere più piccolo e insignificante ognuno non solo può parlare ma fare cose incredibili, mai immaginate prima.
Luoghi, fiori, animali, e stelle del cielo, ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante, capace di far avvenire il tanto atteso cambiamento interiore o di destare da una realtà da cui si è intrappolati e non si riesce a uscire.
La forza da cui attingeranno i protagonisti la troveranno dentro di loro, grazie a una grande fede sempre avuta ma a tratti affievolita a causa di eventi spiacevoli che li hanno portati a dubitare di se stessi, e ritrovata dopo che degli amici inaspettati li hanno aiutati a superare le difficoltà e a ritrovare la fiducia in loro e in qualcosa di più grande di che non li ha mai abbandonati.
Ogni racconto però, oltre ad avere un forte insegnamento morale, può fare da stimolo per continuare a sognare chi ancora non ha perso il legame tra realtà e fantasia, e che usa l’immaginazione per spaziare nei luoghi interiori e della mente non accessibili a chi ha smesso di sognare e di stupirsi delle meraviglie della vita, e di quei mondi del cuore aperti a chi sa attraversarli ascoltando sempre se stessi. Per chi avesse perso questo contatto, invece, può fare da sprone per ritrovare la strada per un mondo magico, che esisterà sempre ma di cui a volte si perde la via.
ogni storia viene un po’ da un altro mondo, un mondo che non è qui, è altrove.
Il prologo e l’epilogo rappresentano due parti della stessa storia, una metafora che descrive l’animo umano, dapprima in tumulto, sconsolato e triste, pieno di problemi e insicurezze, che, nella seconda parte   sboccia, grazie alla vicinanza delle persone che lo aiutano a credere in se stesso, a superare le difficoltà e a capire di avere uno scopo nella vita. Fa un viaggio introspettivo lungo e doloroso per arrivare ad essere felice e circondato da tanto amore da dare e ricevere. È come se ogni storia fosse una tappa di quel viaggio, in cui si cresce e si matura un po’ per volta per arrivare ad essere una persona meravigliosa, quella che si è sempre voluto essere ma che sembrava così lontana e non alla propria portata.
In dettaglio ogni racconto ha qualcosa di diverso da insegnare: con Elia conosceremo l’animo buono di chi mette a disposizione la sua cucina senza chiedere nulla in cambio se non delle chiacchierate; Rosy, bambina viziata, grazie al suo anatroccolo si farà un esame di coscienza per capire cosa deve migliorare; Tea, dopo aver perso il figlio ha smesso di avere amici e di vivere, sarà l’animo buono di un bimbo di nome Pietro a farle capire da dove viene veramente il suo male; Desideria, ragazzina sempre allegra, aveva smesso di sorridere dopo un’epidemia che le aveva deturpato il viso, ma il suo amico André che le vuole molto bene le farà capire che ciò che conta di più è la bellezza interiore; la stellina Irina, infine, a differenza degli altri astri, ha uno scopo nella vita e aiuterà una giovane donna a capire che un amore non corrisposto si deve lasciar andare.

L’autrice di questo libro va oltre alla pura descrizione dei sentimenti provati dai protagonisti, che fanno sentire tutta l’emozione del racconto come se ci si trovasse lì, proprio quando Elia sviene per la fame oppure quando Tea piange per la sua perdita; o ancora il sacrifico della stellina Irina.

“Il mondo dell’altrove” si svolge su un piano metafisico, è un romanzo dell’amore, e della speranza.

Un viaggio nell’animo e nel desiderio di una vita migliore.

Un bimbo timoroso del futuro segue la sua guida per trovare se stesso e la fiducia che passa attraverso il cibo offerto e un’amicizia appena accennata che diventa una spinta alla vita.

Mentre scorrevo le pagine mi sono ritrovata a percorrere un sentiero noto che mi riportava alle mie esperienze di vita, vissuta con sofferenza e gioia che al momento non capivo, ma che tutte insieme sono il risultato che mi caratterizza.

A volte mi sorprendevo a immaginare il finale del racconto per nulla scontato e rimanevo stupita sistematicamente dall’originalità della trama.

La morale di questo libro, così delicato e avvincente è che, non importa quanto dolore proviamo, sicuramente passerà come passa la gioia o qualsiasi altro sentimento si prova.

Con la freschezza della sua narrativa l’autrice ci insegna che se incontriamo qualcuno che è diverso da noi o da tutto quello che gli imput della società ci impongono, non dobbiamo erigere un muro e dire no a oltranza, potremo precluderci un’occasione di crescita.

Il narrare fluido e scorrevole lascia intendere la voglia di “bucare” l’animo per potere cambiare il mondo. E dopo esser convinta di dare 5 meritatissime stelle a queste pagine cariche di emozioni,  non aggiungo altro; voglio lasciare il gusto della scoperta ai lettori delle mille e una notte moderna.

E quindi, via alla lettura e lasciatevi andare all’ignoto.

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Consigliatissimo per tutti, dall’età di sei anni a… sempre!

qui la presentazione al libro e all’autrice

http://sogninelcalamaio.blogspot.it/2016/12/recensione-il-mondo-dellaltrove.html?m=1

Recensione da Scheggia tra le Pagine

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Buon martedì miei cari Lettori!

Oggi stranamente non ho freddo e sono anche un po’ euforica perché dovrebbe arrivarmi un pacco con dei pesi dentro. Sono sempre la rompiscatole che odia andare in palestra, ma ho scoperto che mi piace fare determinati esercizi a casa, magari davanti la tv.

In questi giorni comunque ho deciso di recuperare delle letture arretrare, soprattutto autori self che avevo promesso di recensire. Io metto la testa sotto la sabbia in questo caso, purtroppo in questi ultimi mesi ho messo da parte il kindle perché mi ero stufata degli eBook: avevo bisogno di sana carta!

Oggi però sono qui con una recensione di una serie di racconti che avrei dovuto leggere questa estate, invece di poltrire come ho effettivamente fatto. Vi parlerò de Il mondo dell’altrove di Sabrina Biancu e della sua visione del mondo che emerge da questa lettura.

 

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Il mondo dell’altrove
Sabrina Biancu
Del Bucchia
Prezzo: 12.00 €

Trama: Cinque racconti – in cui fantasia e realtà si mescolano – capaci di trasportare il lettore in un altro mondo, in un luogo magico. Capaci di farlo sognare. Ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante. E ciascuna storia si trasforma nella tappa di un viaggio in cui si cresce e si matura a fianco di Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e della stellina Irina.

Ho letto questo libro in due giorni (con uno si legge, ma io sono lenta) e devo dire che ho trovato la lettura molto piacevole. Il libro è strutturato in cinque racconti, tutti volti a trovare del buono in molti aspetti della vita. Di questi cinque racconti, ne ho preferiti due: Il ristorante della speranza e Lo spirito della fonte. In tutti i racconti si narra di esperienze spiacevoli che segnano i protagonisti, aiutati poi da uno spirito che in qualche modo si incarna in qualcuno che diventerà importante ai fini della narrazione.
Il primo racconto, Il ristorante della speranza, è quello che ho apprezzato maggiormente perché mi ha dato l’impressione di maggiore accuratezza; persone adulte che si raccontano, che affrontano le difficoltà e le disgrazie e che si aiutano a vicenda.

Nei racconti seguenti ho notato maggiore fretta, meno precisione, errori che rallentavano la lettura. Non so se la versione che ho io è una bozza, in caso non lo fosse, i racconti necessitano di un lavoro di revisione.

Il racconto con protagonisti Tea e Pietro è quello che invece mi è piaciuto di meno. Ho apprezzato la scelta dell’autrice di dare spazio ai bambini, ma credo ci fosse bisogno di un adeguamento del linguaggio; alcune volte i bambini parlano in modo troppo saggio, da adulti quali non sono.

Lo spirito della fonte mi è piaciuto molto per la tenacia di Andrè ma avrei preferito fosse un po’ più lungo; si è concluso troppo in fretta, lasciandomi un po’ incredula. Ho avuto la sensazione che il punto sia stato messo troppo in fretta.

I racconti di Sabrina Biancu sono sicuramente una piacevole lettura e credo potrebbero migliorare in maniera esponenziale se fosse fatto un lavoro di revisione e di correzione; molti errori spesso sfuggono a chi scrive perché si ha l’intera storia già perfettamente scritta in testa.

Una piacevole lettura, per passare un bel pomeriggio insieme e magari da far leggere agli adolescenti, per riflettere sugli imprevisti che la vita ci mette davanti.

E voi Lettori avete già avuto modo di leggere questi racconti? Conoscete l’autrice e questa sua opera?
Fatemi sapere cosa ne pensate, io sono sempre contenta di leggere e rispondere ai vostri commenti.

Scheggia

 

 

 

http://www.scheggiatralepagine.net/2016/11/recensione-il-mondo-dellaltrove-di-sabrina-biancu/

 

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