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Mese

aprile 2017

Il cinema di Georges Méliès

 

Georges Méliès

Marie-Georges-Jean Méliès, conosciuto come Georges Méliès (Parigi, 8 dicembre1861Parigi, 21 gennaio1938), è stato un regista, illusionista e attorefrancese.

Viene riconosciuto come il secondo padre del cinema (dopo i fratelli Lumière), per l’introduzione e la sperimentazione di numerose novità tecniche e narrative, ed è considerato da molti critici come l’inventore della regia cinematografica in senso stretto[2]. A lui è attribuita l’invenzione del cinema fantastico e fantascientifico (che filma mondi “diversi dalla realtà“) e di numerose tecniche cinematografiche, in particolare del montaggio, la caratteristica più peculiare del nascente linguaggio cinematografico. È universalmente riconosciuto come il “padre” degli effetti speciali. Scoprì accidentalmente il trucco della sostituzione nel 1896 e fu uno dei primi registi a usare l’esposizione multipla, la dissolvenza e il colore (dipinto a mano direttamente sulla pellicola). Il critico e storico del cinema Georges Sadoul lo definì “Il Giotto della settima arte”.

Secondo la sua autobiografia romanzata, Méliès avrebbe scoperto il montaggio accidentalmente, mentre stava filmando all’aperto, presso Place de l’Opéra a Parigi: a un certo punto la cinepresa si sarebbe accidentalmente inceppata e poco dopo ripartita; nella fase di sviluppo poi Méliès si accorse con stupore che, arrivato al punto in cui stava filmando il passaggio di una carrozza, questa improvvisamente scompariva per fare posto a un carro funebre. Per quanto vero o falso, l’aneddoto sintetizza bene quello che sarebbe stato di lì a poco il senso del montaggio per Méliès, ovvero un trucco per operare apparizioni, sparizioni, trasformazioni, salti da un luogo all’altro, da un tempo all’altro, ecc. Uno strumento quindi per mostrare metamorfosi “magiche”.

In quegli stessi anni, grazie anche al genio di Segundo de Chomón, vennero sperimentati numerosi altri trucchi tipicamente cinematografici, che andarono ad affiancare i trucchi di tipo teatrale (sistemi per far volare le persone, macchinari scenici) e di tipo fotografico (le sovrimpressioni che ricreavano visioni di fantasmi). Tra questi i più importanti sono:

  • Il mascherino-contromascherino (l’inquadratura viene divisa in due o più parti, impressionate in momenti diversi)
  • Arresto della ripresa (per far apparire/sparire/trasformare oggetti, personaggi, ecc.)
  • Scatto singolo (per muovere oggetti inanimati)
  • Spostamento della cinepresa avanti e indietro (per ingrandire e rimpicciolire un soggetto: nel film L’homme à la tête en caoutchouc è abbinato a un mascherino-contromascherino per simulare una testa che si gonfia).

Il tutto era mischiato a numeri di varietà, scherzi e attrazioni di tipo teatrale (macchine sceniche, modellini, scorrevoli, effetti pirotecnici, ecc.). Méliès fece un ampio uso di queste tecniche per creare quelle che lui chiamava “fantasmagorie”. Per lui il montaggio era sinonimo di metamorfosi, in un’apoteosi dell'”arte della meraviglia”.

Il realismo della fotografia in movimento dava grande credibilità ai trucchi mostrati, per questo il suo successo fu immediato e grandissimo. Nei film di Méliès le leggi della natura sembrano annullarsi, in un mondo fantastico irreale, dove la libertà era totale e le possibilità infinite. Si può dire che era nato uno di quei “mondi virtuali” dove tutto era possibile, il primo rispetto a quelli ormai comuni dei giorni nostri.

Visione stellare in Viaggio nella luna

I film di Méliès non narravano storie nel senso in cui sono intese nel cinema moderno: certo esisteva quasi sempre una trama, ma lo scopo principale in queste pellicole era quello di fare spettacolo mostrando giochi di prestigio, magari assemblando più episodi autonomi.

Non esisteva inoltre il coinvolgimento dello spettatore nelle storie narrate: egli era invitato a guardare la rappresentazione allegro e divertito. Anche quando si trattavano episodi drammatici, come le decapitazioni o crimini di ogni tipo, tutto aveva un’atmosfera di “gioco” e farsa allegra. Manca l’illusione della realtà e il cinema era quindi una sorta di grande “giocattolo”. In questo senso anche i drammi di Amleto o Faust erano sempre usati come pretesto per creare effetti speciali.

Per Méliès il mondo cinematografico era il teatro dell’impossibile, dell’anarchia, della sovversione giocosa delle leggi della fisica, della logica e della quotidianità: i poliziotti possono punire i contraffattori, ma anche mettersi a fare le stesse infrazioni poco dopo (Le tripot clandestin, 1905). Per i britannici della coeva scuola di Brighton invece, influenzati dalla morale vittoriana, il cinema era sostanzialmente votato all’educazione e al moralismo, una caratteristica che si trasmetterà al cinema americano classico.

Scena colorata nel Viaggio attraverso l’impossibile (1904)

Quando Méliès aveva acquistato una piena capacità espressiva nell’uso degli effetti speciali nei numerosissimi cortometraggi, iniziò a progettare storie composte da più inquadrature. Esse erano ancora fisse e comprendevano un intero episodio, staccato e autonomo dagli altri. Questo modo di raccontare è stato detto “racconto a quadri” o “racconto a stazioni”. Le inquadrature sono dette “autarchiche”, perché si esauriscono in sé stesse e ogni “quadro animato” veniva inanellato a quello successivo; ogni nuova inquadratura dava quindi inizio a un differente episodio, con stacchi temporali tra l’uno e l’altro (“ellissi”). Non esisteva ancora un montaggio come lo conosciamo oggi (per mostrare vari aspetti di una scena), ma il punto di vista dello spettatore restava sempre il medesimo, come a teatro e gli stacchi erano usati solo per creare effetti speciali.

Tra i racconti a quadri più famosi c’erano quelli che potevano trattare di temi di attualità (L’affaire Dreyfus, 1899), racconti letterari o storici (Cinderella, Jeanne d’Arc, Barbe-Bleu), o ancora viaggi fantastici: questi ultimi in particolare garantirono a Méliès la fama più duratura (Viaggio nella Luna, Viaggio attraverso l’impossibile).

Gli studi di Montreuil erano attrezzati anche per offrire pellicole colorate a mano. Si trattava di un procedimento difficile e certosino, creato spesso da donne, che, dotate di una grossa lente d’ingrandimento, coloravano i fotogrammi uno a uno con alcune tinte che mantenessero l’effetto della trasparenza. Inevitabili sono alcune sbavature e l’approssimazione un po’ forzata dei colori scelti, che creavano l’effetto di macchie di colore, piuttosto che di immagini colorate.

A Méliès è legato quindi il cinema fantastico, ai Lumière quello realistico, ma le due caratteristiche non sono così nettamente separate. Méliès fu il primo a mostrare con le immagini i mondi fantastici già raccontati in letteratura, sfruttando la credibilità della fotografia in movimento per dare credibilità alla rappresentazione.

 

 

 

Fonte: Wikipedia

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Georges_M%C3%A9li%C3%A8s

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Affrontare e rialzarsi da un fallimento

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A tutti noi capitano dei momenti in cui le cose non vanno al meglio e spesso non riusciamo a reagisce e rialzarci, perciò ci diamo dei falliti.

Ci sentiamo delusi, depressi, frustrati con il timore di intraprendere altre strade, ma questo stato di paralizzazione deve finire, altrimenti avremo sempre paura nel fare nuove esperienze.

Chi non ha sogni, obiettivi e progetti che vuole concretizzare, e il fatto che le cose non vadano come credevamo non significa essere dei falliti, magari vuol dire solo che dobbiamo riorganizzarci e provare qualcos’altro.

Cosa possiamo fare in questo senso?

Come prima cosa dobbiamo spostare l’attenzione da essere falliti al fatto che la situazione è stata fallimentare, noi non siamo la situazione, e dei giudizi così pesanti non possono che peggiorare le cose!

In secondo luogo dobbiamo trattaci con benevolenza, amarci nonostante tutto e ammettere di essere fieri di ciò che siamo, qualsiasi cosa abbiamo fatto in passato. Comunque ci abbiamo provato, magari facciamo un passo indietro e riorganizziamo le cose.

Terza cosa possiamo chiederci cosa vogliamo per il futuro, magari scopriamo che ciò che è successo è stato solo un modo per capire che quella situazione ci stava stretta, ed è un monito per interrogarci. Cosa posso fare, qui e ora, per vivere al meglio? Magari scopriamo che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stare fermi, non fare nulla.

Nella vita abbiamo tante occasioni per guardarci dentro, farci domande, capire cosa vogliamo e a volte le situazioni che reputiamo le più negative possono darci più input, più stimoli.

A chi non piace essere lodati, un bravo e una pacca sulla spalla fanno piacere a tutti, e anche se delle volte è giusto queste situazioni non ci permettono di migliorare, invece sono i momenti più duri, quelli dove ci dicono chiaramente che abbiamo sbagliato a spingerci verso nuovi orizzonti.

Cerchiamo di guardare, in ogni situazione, la doppia faccio della medaglia, solo così possiamo capire se ciò che ci capita è una catastrofe o un’opportunità. Ci sono tante storie di persone che nelle situazioni più difficili e disparate hanno colto l’opportunità di guardare le cose da un’altra prospettiva, e hanno ringraziato perché magari non si sarebbero mai comportati in certi modi, non avrebbero mai capito di avere delle risorse, di poter usare queste opportunità per crescere.

Ci sono due storie che voglio condividere.

La prima è la storia cinese del vecchio contadino saggio e del suo cavallo:

Un giorno il figlio gli disse:

– Padre che disgrazia, il nostro cavallo è scappato dalla stalla!

– Perchè la chiami disgrazia? rispose il padre!

– Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo!

Qualche giorno dopo il cavallo ritornò portando con sè una mandria di cavalli selvatici.

– Padre che fortuna! Esclamò questa volta il ragazzo.

Il nostro cavallo ci ha portato una mandria di cavalli selvatici.

– Perchè la chiami fortuna! rispose il padre. Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo.

Qualche giorno dopo, il giovane nel tentativo di addomesticare uno dei cavalli, venne disarcionato

e cadde al suolo fratturandosi una gamba.

– Padre che disgrazia, mi sono fratturato una gamba.

Ma anche questa volta il saggio padre sentenziò:

– Perchè la chiami disgrazia? Aspettiamo e vediamo cosa succede nel tempo.

Ma il ragazzo per nulla convinto delle sagge parole del padre, continuava a lamentarsi nel suo letto.

Qualche tempo dopo, passarono per il villaggio gli inviati del re con il compito di reclutare i giovani da inviare in guerra.

Anche la casa del vecchio contadino venne visitata dai soldati reali, ma quando trovarono il giovane a letto, con la gamba immobilizzata, lo lasciarono stare per proseguire il loro cammino.

Qualche tempo dopo scoppiò la guerra e molti giovani morirono nel campo di battaglia, il giovane si salvò a causa della sua gamba zoppa.

Fu così che il giovane capì che non bisogna mai dare per scontato né la disgrazia né la fortuna, ma che bisogna dare tempo al tempo per vedere cosa è bene e cosa è male.

 

La seconda è la storia indiana del vaso rotto:

Un portatore d’acqua, in India, aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso alle estremità di un palo che portava sulle spalle.

Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro vaso era perfetto. Alla fine della lunga camminata che l’uomo faceva dal ruscello verso casa, il vaso integro arrivava colmo di tutta l’acqua raccolta, mentre quello crepato ne conteneva ormai più poca. Questo andò avanti per anni. Naturalmente, il vaso perfetto era ideale per il compito per cui era stato costruito e orgoglioso dei propri risultati; viceversa, il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, e si sentiva un miserabile fallito perché era in grado di compiere solo parte del suo compito, così un giorno decise di parlare al portatore d’acqua dicendogli:

“Mi vergogno di me stesso, e voglio scusarmi con te. Sono stato in grado di fornire solo la metà del mio carico, perché a causa di questa crepa nel mio fianco tutta l’acqua se ne esce durante tutta la strada fino a casa tua. A causa dei miei difetti, non ottieni pieno valore dai tuoi sforzi “.

Il portatore d’acqua disse allora al vaso: “Hai notato che c’erano solo fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? Ho sempre saputo del tuo difetto, e così ho piantato semi di fiori lungo il sentiero dal tuo lato e, ogni giorno, mentre tornavamo, tu li annaffiavi. Per anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la mia tavola e, senza il tuo essere semplicemente come sei, non ci sarebbero quelle bellezze ad abbellire la mia casa “.

In Giappone invece c’è un’usanza molto bella.
Quando un vaso si rompe non viene buttato, ma si aggiusta con della resina mista a oro.
Secondo i Giapponesi infatti, il vaso rotto e riparato con quelle deliziose venature dorate che sono il risultato dell’unione dei pezzi frantumati, starebbe a significare la vita ed i cambiamenti che essa porta con sé. È proprio attraverso quelle crepe dorate che può entrare la luce!

La vita in effetti, non è mai lineare ma anzi presenta sempre delle spaccature, delle scissioni, che ci portano a compiere nuove scelte e ad intraprendere nuovi percorsi. E proprio come spesso noi siamo orgogliosi di aver superato con successo delle impreviste difficoltà, così anche il vaso è fiero di mostrare i segni di ciò che ha superato con fatica.

Questo ci fa capire che dobbiamo affrontare i fallimenti a testa alta e con fierezza, cercando di trarre il meglio da ogni situazione!

Fonti:

http://www.demetra.com

http://www.demetra.org/index.php/i-classici-della-letteraratura-antica-sp-476846801/63-letteratura-orientale/255-il-contadino-saggio-racconto-cinese

Passoinindia

https://passoinindia.wordpress.com/2013/11/11/la-favola-indiana-del-vaso-rotto/amp/

 

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