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Vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo, perché uno di questi giorni lo sarà

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Le mille e una fiaba

La Piccola Fiammiferaia Hans Christian Andersen

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Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. Quando era uscita di casa, aveva ai piedi le pantofole che, però, non aveva potuto tenere per molto tempo, essendo troppo grandi per lei e già troppo usate dalla madre negli anni precedenti. Le pantofole erano così sformate che la bambina le aveva perse attraversando di corsa una strada: una era caduta in un canaletto di scolo dell’acqua, l’altra era stata portata via da un monello. La bambina camminava con i piedi lividi dal freddo. Teneva nel suo vecchio grembiule un gran numero di fiammiferi che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Per la piccola venditrice era stata una brutta giornata e le sue tasche erano vuote. La bambina aveva molta fame e molto freddo. Sui suoi lunghi capelli biondi cadevano i fiocchi di neve mentre tutte le finestre erano illuminate e i profumi degli arrosti si diffondevano nella strada; era l’ultimo giorno dell’anno e lei non pensava ad altro! Si sedette in un angolo, fra due case. Il freddo l’assaliva sempre più. Non osava ritornarsene a casa senza un soldo, perché il padre l’avrebbe picchiata. Per riscaldarsi le dita congelate, prese un fiammifero dalla scatola e crac! Lo strofinò contro il muro. Si accese una fiamma calda e brillante. Si accese una luce bizzarra, alla bambina sembrò di vedere una stufa di rame luccicante nella quale bruciavano alcuni ceppi. Avvicinò i suoi piedini al fuoco… ma la fiamma si spense e la stufa scomparve. La bambina accese un secondo fiammifero: questa volta la luce fu così intensa che poté immaginare nella casa vicina una tavola ricoperta da una bianca tovaglia sulla quale erano sistemati piatti deliziosi, decorati graziosamente. Un’oca arrosto le strizzò l’occhio e subito si diresse verso di lei. La bambina le tese le mani… ma la visione scomparve quando si spense il fiammifero. Giunse così la notte. “Ancora uno!” disse la bambina. Crac! Appena acceso, s’immaginò di essere vicina ad un albero di Natale. Era ancora più bello di quello che aveva visto l’anno prima nella vetrina di un negozio. Mille candeline brillavano sui suoi rami, illuminando giocattoli meravigliosi. Volle afferrarli… il fiammifero si spense… le fiammelle sembrarono salire in cielo… ma in realtà erano le stelle. Una di loro cadde, tracciando una lunga scia nella notte. La bambina pensò allora alla nonna, che amava tanto, ma che era morta. La vecchia nonna le aveva detto spesso: Quando cade una stella, c’ è un’anima che sale in cielo”. La bambina prese un’altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. Le sorrise con dolcezza.
– Nonna! – gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale.
La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. I fiammiferi diffusero una luce più intensa di quella del giorno:
“Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e volarono via insieme nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame! Al mattino del primo giorno dell’anno nuovo, i primi passanti scoprirono il corpicino senza vita della bambina. Pensarono che la piccola avesse voluto riscaldarsi con la debole fiamma dei fiammiferi le cui scatole erano per terra. Non potevano sapere che la nonna era venuta a cercarla per portarla in cielo con lei. Nessuno di loro era degno di conoscere un simile segreto!

 

 

 

 

Fronte: http://www.lettturegiovani.it

http://www.letturegiovani.it/Andersen/piccola_fiammiferaia.htm

Canto di Natale di Charles Dickens

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Ebenezer Scrooge, irritato dalle festività, odia il Natale: rifiuta in malo modo di fare un’offerta per i poveri, fa lavorare fino a tardi il giorno della vigilia il suo impiegato Cratchit, caccia il figlio di sua sorella, Fred, che era venuto per invitarlo al pranzo di Natale, e per la strada risponde sgarbatamente agli auguri che gli vengono rivolti la vigilia di Natale.
Scrooge ha una visione tutta sua di questa festa che odia profondamente perché  porta solo ozio e un inutile dispendio di soldi.
La vigilia di Natale, di ritorno dal lavoro, arriva davanti alla porta della sua casa deserta e gli sembra di notare qualcuno: davanti si ritrova lo spettro del suo defunto socio, Jacob Marley, morto da sette anni.

CANTO DI NATALE DICKENS: IL RIASSUNTO

Inizia così la notte di Natale, con la sua magia, che cambierà la vita dell’avaro uomo apparentemente senz’anima: Scrooge, in casa, inizia a sentire rumori strani che lo rendono inquieto. Gli appare di nuovo Marley che gli consiglia di cambiare il suo modo di vivere se non vuole finire come lui, costretto a vagare per l’eternità, portandosi appresso il peso della sua aridità e brama di denaro. Scooge è turbato da questa visione e ne risente. La notte di Natale cambierà la sua vita: incontrerà tre Spiriti, lo Spirito del Natale Passato, lo Spirito del Natale Presente e lo Spirito del Natale Futuro. I tre gli faranno ripercorrere la sua esistenza fino a quel momento e gli mostreranno anche ciò che accadrà in futuro. Sarà il burbero Scrooge a guardare come uno spettatore la sua vita, senza poter porre rimedio a nulla e senza poter interferire.
Ecco il riassunto delle tre visite che costituiscono il nucelo centrale della trama del Canto di Natale.

Lo Spirito del Natale Passato

All’una di notte compare lo Spirito del Natale Passato che lo riporta indietro nel tempo, quando Scrooge, da bambino, era stato mandato dal padre in collegio dopo la morte della madre. Era certamente addolorato per la sua perdita eppure era sereno! Il fantasma gli ricorda  l’affetto per la defunta madre e per la defunta sorella, e come Fred sia il suo unico parente. Scrooge è turbato perchè ha trattato malissimo il nipote, ed è molto scosso.
La scena cambia: qualche anno dopo Scrooge è apprendista contabile presso l’anziano e benevolo Fezziwig: è Natale e Fezziwig prepara tutto per dare una festa, dove non ci sono differenze di classe, si canta e si gioca. Il ricordo è in netto contrasto col suo attuale comportamento: egli non ha nessuna cura per il suo impiegato e nel pensare a questo prova un forte imbarazzo; inoltre, a lui interessa solo accumulare denaro a scapito di tutto e di tutti. La scena cambia di nuovo: Scrooge è un uomo ricco e adulto ormai, ed ha avviato, insieme a Marley la sua attività redditizia dopo la morte del padre e di Fezziwig. E’ di fronte a Bella, la fidanzata, una ragazza povera: lui è davvero cambiato e lei decide di lasciarlo libero, perchè consapevole che non può rispettare la promessa che si erano fatti quando entrambe erano poveri.
Lui accetta e abbandona la ragazza con enorme sollievo ritrovandosi arido e solo. La visione successiva però lo fa impallidire: la ragazza è adulta e sposata: siede ad una tavola imbandita per il Natale, con tanti figli attorno; è povera ma è felice! Colto dal rimorso e dal panico, Scrooge allontana malamente il fantasma. Non sa che la notte è ancora lunga e non sarà il solo a fargli visita!

Lo Spirito del Natale Presente

Lo Spirito del Natale Presente lo risveglia dal suo sonno tormentato: gli mostra come la gente intorno a lui si stia preparando al Natale, all’atmosfera di festa, di gioia, di amore. La scena si sposta a casa di Bob Cratchit che sta consumando la cena di Natale; sono tutti felici, anche il piccolo e storpio Tim; il suo impiegato è povero ma ha una famiglia unita.
Il fantasma mostra a Scrooge altre persone che passano il Natale con gioia e poi la scena si sposta ancora, nella casa del nipote Fred che sta pranzando insieme a parenti e amici, e lo sta prendendo in giro per la sua avidità. Tutti ridono di lui. Prima di congedarsi, lo spettro mostra a Scrooge due bambini sporchi e miserabili che rappresentano l’Ignoranza e la Miseria alla quale i poveri sono condannati dalla classe della quale Scrooge fa parte. Lui ne è profondamente scosso.

Lo Spirito del Natale Futuro

L’ultimo incontro è quello con lo Spirito del Natale Futuro: gli fa vedere cosa succede alla morte di un signore ricco, di cui non si sa il nome. Nessuno lo visita, nessuno vuole andare al funerale, i servi si dividono le sue poche cose, l’azienda e la casa sono vendute. Alla fine lo Spirito gli mostra la lapide al cimitero con il nome “Ebenezer Scrooge”.
Lo spirito impersonifica quindi la morte stessa: quando gli mostra la sua tomba, nel Natale successivo, solo Fred va trovarlo, felice perchè ha ereditato il suo patrimonio; Scrooge si pente di come ha vissuto la sua esistenza; vede inoltre la tomba del piccolo Tim Cratchit, morto perchè la famiglia non poteva permettersi le medicine a causa del basso stipendio del padre.
Scrooge è inorridito, mai ha pensato a che fine avrebbe fatto e mai che le sue azioni, la sua avarizia e il suo stesso modo di comportarsi con gli altri avessero un tale effetto sulle persone. Capisce che ha sbagliato davvero tutto e si ravvede: è ancora in tempo per cambiare e modificare il suo stile di vita. Passata la notte della Vigilia in questo modo particolare, giunge finalmente il giorno di Natale: dispensa regali e sorrisi e auguri ai passanti, al suo impiegato, a suo nipote e al mondo intero. È finalmente Natale anche per lui: manda un ragazzo a comprare il più grosso tacchino in vendita al negozio vicino e, premiandolo con una corona, glielo fa portare a casa di Bob Cratchit.
Quindi, sbarbato e ripulito, esce per strada salutando tutti con affabilità e si presenta a casa di suo nipote dove, accolto con calore, passa il più bel Natale della sua vita ridendo per la gioia: “davvero, per un uomo che non aveva praticato per così tanti anni, si trattava di una splendida risata”. La mattina dopo nel suo ufficio aspetta l’arrivo di Cratchit, che da quel momento tratta da amico, gli dà un notevole aumento di stipendio e si prende cura della sua famiglia e soprattutto di Tiny Tim, il figlio malato dell’impiegato, che guarisce.

 

 

 

Fonte: studentville

http://www.studentville.it/blog/scuola-3/riassunto_canto_di_natale-3267.htm

L’albero di Natale di Hans Christian Andersen

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C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. Non gli importava di sole caldo nè di aria fresca; nè si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: «Com’è grazioso, così piccolino!» — Ma all’abete quel complimento poco garbava.
L’anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l’anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
«Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!» — sospirava il piccolo abete: «Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi.»
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia… Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
«Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! — pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell’anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l’alberello domandava loro: «Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?»
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva:
«Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall’Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti… M’immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch’erano maestosi, molto maestosi.»
«Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?»
«Sarebbe troppo lungo a spiegare…» — e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
«Godi la tua gioventù,» — dicevano i raggi di sole: «Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te.»
E il vento baciava l’alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All’avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. Questi piccoli alberi, ed erano per l’appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
«Ma dove vanno tutti?» — domandava l’abete: «Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?»
«Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!» — pigolarono i passeri. «Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle — mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate.»
«E poi? e poi?» domandava l’abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: «E poi? che cosa avviene poi?»
«Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!»
«Chi sa ch’io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?» — gridò l’albero allegramente: «È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l’anno passato. Ah, mi par mill’anni d’essere sul baroccio! Mi par mill’anni d’essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos’abbia per soffrire così!»
«Gioisci e contentati di noi!» — dicevano l’aria e il sole: «Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!»
Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: «Che bell’albero!» — e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti… Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno — nemmeno gli uccelli, forse… Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
«Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo.»
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire — almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive — l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, — si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
«Questa sera,» — dicevan tutti: «Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!»
«Ah!» — pensava l’albero: «Mi par mill’anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!»
Sì, l’aveva per l’appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s’era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini.
Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L’albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n’ebbe una buona sbucciatura.
«Per amor di Dio!» — gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l’albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de’ suoi bei gingilli… E poi, tutti quei lumi lo stordivano. In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l’albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta… oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all’albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l’altro.
«Che fanno?» — pensava l’albero: «Ed ora, che cosa accadrà?»
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l’albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l’albero, all’infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
«Una novella! una novella!» — gridarono i bambini, e strascinavano verso l’albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: «Così saremo in un bel bosco verde,» — disse; «e l’albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?»
«Ivede-Avede!» — gridarono alcuni. «Zucchettino-Durettino!» — urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. L’abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: «O io? Che non ci abbia ad entrare?» Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: «Un’altra! un’altra! Raccontane un’altra!» perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. L’abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. «Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!» — pensava l’abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!… «Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch’io cadrò, e poi sposerò una Principessa!» Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d’essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini: «Domani non tremerò mica più!» — pensava: «Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell’altra, di Ivede-Avede…»
E l’albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
«Ecco che ora ricomincia il mio splendore!» — pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
«Che significa questa faccenda?» — pensò l’albero: «Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?»
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
«Fuori è inverno, ora» — pensava l’albero: «la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!…. Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto… Allora, mi faceva arrabbiare… Che malinconia in questa solitudine!»
«Piip, piip!» — disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l’abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
«Fa tanto freddo…» — dissero i due topolini: «Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?»
«Non son punto vecchio,» — disse l’abete: «Ce ne sono molti e molti più vecchi di me.»
«Di dove viene?» — domandarono i topolini «E che nuove porta?» (Erano terribilmente curiosi.) «Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C’è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?»
«Non conosco questo paese;» — rispose l’abete: «Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano.»
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: «Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev’essere stato felice!»
«Io?» — esclamò l’abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: «Sì, davvero che quelli erano tempi felici!» Ma poi raccontò della sera di Natale, quand’era tutto carico di dolci e di candeline.
«Oh!» — disse il topo più piccino: «Come dev’essere stato felice lei, nonno abete!»
«Ma non sono nonno, non sono vecchio io!» — disse l’abete: «Sono uscito dal bosco appena quest’inverno. Sono nel fiore dell’età; gli è soltanto che sono cresciuto un po’ in fretta.»
«Che magnifiche novelle sa raccontare lei!» — disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l’albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: «Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina.» E allora l’abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l’abete, quell’alberella era una vera Principessa.
«Chi è Zucchettino-Durettino?» — domandò il topo più piccolo.
L’abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
«Non ne sa altre, novelle?» — domandarono i ratti.
«Non so che questa;» — rispose l’albero: «La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice.»
«È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? non sa storielle di dispensa?»
«No,» — disse l’albero.
«E allora, servi devoti!» — dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l’abete sospirò, e disse:
«Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui».
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l’albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
«Ah! la vita ricomincia!» — pensò l’abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l’albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c’era tanto da guardare intorno a lui!… Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano «Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!» Ma non intendevano già con questo di parlare dell’abete.
«Ora sì, che vivrò!» — disse l’abete tutto allegro, e distese un po’ più le braccia… Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all’albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
«Guarda che cosa c’è attaccato a quel brutto alberaccio!» — disse il bambino; e calpestò le rame, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L’albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell’angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
«È finita! è finita!» — disse il vecchio albero: «Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!»
Venne un domestico, segò l’albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: «Puff Puff!» Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l’albero pensava ad una bella giornata d’estate nel bosco, o ad una notte d’inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l’unica novella che avesse mai sentita, l’unica che avesse mai saputo raccontare… E finalmente, l’abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l’abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. Era finita, ora: finita la vita dell’albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.

 

 

 

 

Fonte: Software Paradiso

http://www.softwareparadiso.it/studio/letteratura/40_novelle/abete.html

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